sabato 3 gennaio 2009

Io vengo dal morto e tu dici che è vivo

(Tic - 7.58 - Tac)(Tic - 7.59 - Tac)(Tic- 8.00 driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiinnnnnn)
Lo stridio della sveglia perforò l’alone di una notte ad alta densità onirica. Giovanni si destò di soprassalto, sbarrando le palpebre come se si fosse azionato l’antifurto del sub-conscio e con uno scatto canino del braccio destro si liberò dal dolce assedio del plaid. Ne aveva sperimentate tante, e dopo centinaia di test stralunati capì che l’unico modo per uscire subito dal cono d’ombra del R.e.m. era quello di passare dal caldo materno della coperta al freddo paterno del nuovo giorno. Solo un violento shock termico lo spronava al faticoso mestiere del mattino. In pigiama Giovanni annaspò verso la scrivania raccogliendo libri e quaderni e penne e diari. Una volta compressa nell’Invicta l’attrezzatura da studente del primo anno di liceo, Nino passò alla fase B, di sicuro la meno impegnativa: vestirsi. Ma visto che il tempo scarseggiava non potè fare altro che indossare i panni del giorno prima, un jeans più largo di un paio di taglie regalatogli dalla nonna per Natale, la camicia azzurra appartenuta a sua fratello Egidio una decina di anni prima ed il maglione di lana, opprimente come il pastrano di una Guardia Rossa nella Kolyma. Nel mentre, una spruzzatina di deodorante spray, due colpi di spazzola per domare le vertigini uterine tra i capelli arruffati ed il grande affanno della vestizione quotidiana, un rito che si ripeteva costante con meccanica ortodossia, volse al termine.
Quel lunedì aveva un sapore posticcio, diverso da tutti gli altri succedutisi dall’inizio dell’anno scolastico: era l’antivigilia della Natività, ed appena altre quattro ore di passione tra i banchi separavano Giovanni da un lungo intermezzo di abbuffate con la sacra famiglia al completo frammiste a visite da nonni/zii/cugini. Una prospettiva poco allettante per Nino, il quale ormai, non pensava ad altro se non alla SUA pelle di porcellana lucida, all’azzurro vespertino delle iridi pregne di incanto, alle labbra rosa a forma di giglio. La pausa natalizia lo angosciava come un black out improvviso, di quelli che condannano le esistenze al buio pesto per motivi meramente burocratici. Scampoli di inquietudine sbocciarono carsici e Giovanni si precipitò verso la porta della cameretta ancora avvolta nella penombra, la spalancò e passò oltre. Nel corridoio stretto e lungo, i fasci di lampadine che stritolavano l’abete di plastica diffondevano un alone di luce tremante. Tra le mensole alle pareti, un magma disarticolato di addobbi natalizi, piccole statuette di Santa Claus e candele di cera dorata. I suoi genitori, come sempre, erano già svegli e parlottavano tra di loro al di là dell’uscio della cucina. Con passo di gatto ramingo, Gianni si accostò al muro e senza farsi sentire ascoltò l’alternarsi ritmico delle voci soffocate della Mamma e del Papà:
“Non voglio che nostro figlio cresca insieme a quel teppista”, disse la Mà.
“Tutto sommato si tratta ancora di un adolescente”, rispose il Pà.
“Giorgio, ma che dici? Camorristi si nasce, te ne sei dimenticato? Sai chi è suo padre? Ti ricordi cosa ha fatto?”
“Certo, certo”
“Eh no caro, lascia che ti rinfreschi la memoria. Pasquale Cicciariello è il figlio di Salvatore, il boss che ha comandato la tentata strage di San Gennaro in combutta con Mario Zagamia e Walter Schiattone. Ed io non voglio che il compagno di banco di mio figlio sia il primogenito di un assassino, capisci?”
“Si, si, dannazione, capisco. E allora dimmi, che dovremmo fare?”, rispose il Papà con una smorfia di fastidio disegnata sul volto ben rasato.
“Semplice, andiamo dal preside del Liceo e diciamogli che per motivi di lavoro per noi è meglio che Ninotto frequenti il liceo di Aversa. Niente spiegazioni e niente domande. Non credo che ci sia altra soluzione”.
Giovanni rimase immobile, senza fiatare, con le orecchie drizzate a mò di antenne, e non appena captò quel piano diabolico architettato a sua insaputa dalla Madre e dal Padre urlò dal corridoio.
“Io vado, ci vediamo dopo”
“Aspetta….”, invocò la madre di rimpallo.
“No, sono in ritardo devo scappare”
Sgattaiolando Nino guadagnò l’attaccapanni, afferrò il giubbotto e uscì di casa, dirigendosi verso la Bmx Exit con cerchi in alluminio a 48 fori e telaio verde Hi-Ten freestyle. Balzò in sella e ruzzolò in strada pedalando con furia, nel tentativo di lasciarsi dietro pensieri cupi e lacrime a mezz’aria.


A bordo della sua bici nuova di zecca, Giovanni sfrecciava a 50 all’ora tra le venelle di Castel di Principe. Il fruscio dei raggi che ruotavano fulminei gli procurava una sensazione di volatilità mai provata prima. La Bmx era il suo ippogrifo verde, e con sferzate rapide del manubrio Giovanni schivava passanti ancora assonnati e macchine parcheggiate di raso ai muri delle case. Volava oltre i cancelli grigi sormontati dalle telecamere a circuito chiuso, al di là delle inferriate delle ville faraoniche degli uomini di malaffare e le botteghe degli artigiani che sistemavano merci nelle vetrine agghindate a festa. La Exit con cerchi in alluminio era un capolavoro in locomotion, leggera ed assertiva. Suo padre l’aveva comprata allo spaccio della Nato di Gricignano e lui non aveva resistito: senza aspettare il 25 notte scartò il pacco da regalo e prese subito possesso della sua Lamborghini a due ruote. E quella mattina dell’antivigilia Gianni stantuffava sui pedali e malediceva chi tramava oltre l’uscio della cucina per strapparlo via dalla SUA calamita di pelle liscia e scivolosa, dal SUO mare azzurro sormontato da nuvole euritmiche, dalle SUE labbra rosa a forma di giglio che quando si schiudevano in un sorriso coloravano l’orizzonte di fucsia. D’un tratto, mentre percorreva a tutta velocità via Scatozza, Nino fu costretto a frenare per evitare di schiantarsi contro un motorino Hornet che, sbucando all’improvviso, si era piazzato nel centro della strada. I freni a disco bloccarono le ruote all’istante e la Bmx slittò fermandosi giusto a pochi centimetri dallo scooter sul quale c’erano due giovinastri senza casco. Li riconobbe subito: alla guida c’era Paride Schiattone, detto “Il Pitbull” nipote di secondo grado del super-boss condannato all’ergastolo in quanto mandante di sedici efferati omicidi e dietro di lui Castrese Zagamia, alias “La Iena”, secondogenito del venticinquesimo latitante più pericoloso d’Italia. Giovanni restò immobile e capì subito di essere in serio pericolo.
“Cumpariello”, sibilò ironico Paride Schiattone scendendo dal motorino, “ma che bella bicicletta che ti sei comprato. Fammi fare un giro, dai”
Senza opporre alcuna resistenza, per puro spirito di sopravvivenza, Giovanni acconsentì farfugliando a testa bassa: “E va bene, ecco qua”
Paride afferrò il manubrio con le mani tozze ricoperte da una peluria tipo lupo mannaro, montò sul sediolino con un salto goffo, si girò verso Castrese Zagamia e sghignazzò:
“Azzo e com’è tosto stò sediolino, si vede che al culo del nostro cumpariello ci piace così duro”. Poi, ridendo beffardo, iniziò a pedalare verso la strada sulla destra: “Oooo, levatevi davanti che vi butto sotto, mannaggia i cani di cancello”, urlò goliardico a dei pedoni immaginari.
Zagamia, dal canto suo, accese una Marlboro rossa serrando le mascelle prorompenti. Giovanni, pietrificato, contava gli attimi e poi i minuti, diventando sempre più ansioso. Tuttavia, evitava di palesare all’altro scagnozzo la sua inquietudine, altrimenti, e lui lo sapeva bene, sarebbe stato deriso o, tanto peggio, selvaggiamente picchiato per il solo motivo di aver manifestato impazienza. Senza dare troppo nell’occhio, sbirciò il cellulare: otto e un quarto, altri venti minuti e sarebbe suonata la campanella.
Iniziò a temere che non ce l’avrebbe fatta ad entrare in tempo, che il bidello del Liceo, tale don Raffaele Tavoletta, lo avrebbe ricoperto di insulti intimandogli di tornarsene a casa, come faceva sempre quando Giovanni arrivava in ritardo. Sebbene Nino si mosse come un ninja per riporre nella tasca del giubbotto il Nokia, Castrese Zagamia intercettò i suoi armeggiamenti con il telefonino ed intimò: “Che è stato? Vai di fretta? Vuoi chiamare la mamma?”
“No, no, quando mai, stavo controllando se mi era arrivato un messaggio”
“Ah si, dammi qua”, con un guizzo Castrese alias “La Iena” strappò il cellulare dalle mani di Giovanni, il quale, ebbe un singulto incondizionato di pura ribellione e gridò: “Ooo, ridammelo”.
Proprio in quel frangente, a bordo della Bmx Exit verde fiammante, comparve dal retro Paride Schiattone. Sgommando, “Il Pitbull” si frappose tra i due contendenti e ringhiò minaccioso verso Giovanni:
“Cumpariè non ti innervosire più di tanto che ti rovini il fegato”, poi lasciò crollare a terra la bici che, schiantandosi, emise un vagito metallico. Non pago, Paride tirò un calcio alla ruota e diversi raggi si spaccarono in due come grissini. Un brivido gelido saettò sulla schiena di Gianni.
“E allora, che vogliamo fare? I prepotenti vogliamo fare”, disse con tono di sfida il nipote del super boss mentre si avvicinò alla sua preda tanto che i loro volti quasi si sfioravano. Il suo alito appestato dalla nicotina e gli occhi cerchiati dalle borse nere occupavano tutto il campo visivo del malcapitato che, nonostante la paura viscerale riuscì a mantenere la calma senza mostrare segni di cedimento emotivo. Il cuore gli batteva a mille e Giovanni sperava che qualche automobilista di passaggio si sarebbe fermato per salvarlo da quella mala parata.
Purtroppo, ogni attesa fu vana. L’indifferenza, come l’asfalto, percorreva le strade di quel paese di confine nella Terra dei Mazzoni. Paride, più minaccioso che mai, ruggì: “Vuoi vedere che ti taglio la testa?”. In un nanosecondo il personal computer incastonato nel cranio di Giovanni elaborò l’output: (((se dico Si, questo mi uccide di botte, invece, se opto per il No forse sopravvivo))).
“No”, sentenziò allora Nino con tutta la calma possibile.
La risposta, piatta e serafica, spiazzò Paride detto “Il Pitbull”.
“Come no?”
“Eh, scusami, ho detto no, non voglio vedere come mi picchi”
“Aaaaaazzo”, tagliò corto Paride, “ma allora vedi che sei un piccione? Allora vedi che sei un ricchione senza palle”. E mentre il nipote del super boss si apprestava a sferrare un pugno in faccia a Giovanni le note di un brano cantato da Gennarino Diana irruppero tra il nipote di sangue del superboss e la sua docile gallina ormai pronta per essere spennata. Una Smart color viola sgargiante si era accostata ai tre giovani castellani. Dalle casse dello stereo pompava ad altissimo volume l’ultimo hit del neo-melodico di Ischitella, amatissimo tra i carcerati nella casa circondariale di San Tammaro. Dalla Smart scese lentamente un giovanotto vestito di tutto punto. Indossava stivaletti Hogan con stringhe argentate, un blu jeans attillato della Richmond, una camicia di stoffa color rosa schocking con piccoli brillanti Swarovski che spuntavano dalle asole e grandi lettere nere ricamate sui polsini: SC. Le iniziali di Simmaco Cicciariello, figlio dell’attuale reggente del clan e committente della tentata strage di San Gennaro, rispettato e venerato da tutti in quanto unico erede dell’impero criminale costruito con sangue e sudore da suo padre, l’osannato mammasantissima. Intanto che si avvicinava a Paride e Giovanni, Simmaco alzò il colletto della camicia con un gesto hollywoodiano, e tutti poterono ammirare altre due stringhe nere a forma di SC.
“Embè?”, chiese con voce ferma e possente, “che succede qua?”
“OOoo Simmaco”, rispose docile Paride che sino ad allora aveva soltanto ringhiato.
“Niente, è tutto a posto. Questo canarino ha sbagliato a parlare”
“Perché”, chiese Simmaco, “che fa detto?”. Giovanni, incredulo, lo scrutò a bocca aperta. Quel ragazzo di 16 anni che già guidava una Smart era il suo compagno di classe da poco meno di una settimana, ossia da quando era stato scarcerato dal riformatorio per aver pestato a sangue un ignaro supplente che aveva osato appioppargli un due al compito di latino. I suo genitori, quella mattina, parlavano proprio di Simmaco e non volevano per nessun motivo al mondo che il loro amato figlio unico frequentasse lui e tutti i bulli della sua risma.
“Come che ha fatto?”, domandò a sé stesso Paride, “ma non lo vedi che è un piccione? Quanto è vero iddio mò gli stacco la testa a morsi”.
“Ueeeeeee”, fece Simmaco, “e non ti dare tutto stò fastidio. Ma quale piccione, non lo sai che Giovanni tiene un pesce grosso così?”, e indicò con la mano destra sull’avambraccio le dimensioni del pene del suo compagno di studi.
“Simmaco, ma sei impazzito? Questo è un ricchione senza palle”
“Paride, bello al fratello, ora basta. Io vengo dal morto e tu dici che è vivo. Ti assicuro che Ninotto c’ha un pesce grande così e mò lasciateci in pace che ci penso io a lui”. Senza battere ciglio, Giovanni guardò per l’ultima volta quella che doveva essere la sua dolce vittima sacrificale, poi sputò per terra e si mise alla guida dell’Hornet sfrecciando via a tutto gas. Quando i due lupi se ne andarono con la coda tra le gambe, Giovanni sollevò da terra la bicicletta malconcia, poi osservò Simmaco di sbieco e, abbassando la testa, sussurrò all’erede di don Pasquale Cicciariello: “Grazie…”
Simmaco grugnì, vide che i raggi della ruota si erano rotti e suggerì a Nino: “Mettila sul retro che ti accompagno io a scuola”.
Giovanni afferrò la Bmx poi smontò la ruota anteriore, aprì il portabagagli della Smart e caricò sul retro la bici. Infine, si sedette al fianco di Simmaco e per un momento si sentì forte come un leone di fronte ad un elefante addomesticato.


All’ingresso del Liceo statale, don Raffaele Tavoletta, alias “Il guardiano”, ossia il bidello più temuto da tutti i ritardatari cronici, stava per chiudere il portone centrale della scuola. Erano le nove meno cinque, ed oltre quindici minuti erano trascorsi dal limite massimo per entrare alla prima ora. Giovanni già si immaginava una ramanzina gratuita in stretto dialetto castellese. D’altronde non era certo la prima volta che si presentava fuori tempo massimo. Ma questa volta impugnava il coltello dalla parte del manico. Al suo fianco camminava spavaldo un ragazzo che calzava gli stivaletti Hogan ed una camicia color rosa sgargiante con due grandi lettere nere ricamate sui polsini: SC.
“Ciao Simmaco caro, come stai? Entra pure, prego…prego”, disse querulo don Raffaele mentre accennava un inchino con sommo stupore di Giovanni.
“Con calma, vai gioia, vai e buon Natale a te e a tutta la Famiglia”, aggiunse melenso. E allora, fianco a fianco, Simmaco e Giovanni passarono oltre le porte chiuse delle aule da cui sgusciavano stralci sonori di lezioni di latino, urla isteriche di professori in burnout e grida di alunni scatenati. I termosifoni emanavano aloni di calore artefatto e dalle finestre sbarrate con massicce inferriate filtravano bagliori sonnolenti dal mattino dell’antivigilia del Natale. Se avesse potuto scegliere una canzone come colonna sonora di quella mattinata di gloria vissuta, Giovanni avrebbe scelto Lunchbox di Marylin Manson. Chissà se Simmaco ascoltava Marylin Manson. Ma Nino con il suo pesce grosso così, preferì gettare acqua stantia sulla vampata di curiosità. Giunti sull’uscio della loro aula, la Prima D, Simmaco aprì la porta senza bussare: un privilegio riservato a pochi, forse solo a don Tavoletta ed al Preside. La professoressa di Matematica, quella cagna della Di Cerbo, si girò di scatto. Tutto si aspettava tranne che la sagoma enorme ed inquietante del rampollo de iper-boss. Se fosse entrato uno sfigato qualsiasi dei suoi discenti, l’immonda avrebbe urlato come un’ossessa e tutti si sarebbero messi a ridere. Ed invece la professoressa non battè ciglio e la classe restò muta. Simmaco si diresse verso il suo banco e Giovanni, finalmente, raggiunse la SUA agognata meta. Più di una volta, in quel dannato lunedì dell’antivigilia, ebbe paura di non farcela in tempo, di non riuscire ad incontrare LEI per l’ultima volta prima della pausa natalizia. Al solo pensiero di passare due settimane di fila senza contemplarLA, il cuore starnazzava al suolo come una papera dalle ali tarpate. Per grazia ricevuta, al termine di una travagliata mezz’ora sulle strade di Castel di Principe, Giovanni poteva finalmente contemplare la Sua bambolina di porcellana traslucida, l’azzurro vespertino delle iridi, le labbra rosa a forma di giglio che quando si schiudevano in un sorriso coloravano l’orizzonte di fucsia. Eccola, la sua unica edera in quel delirio urbano di case ammassate, radiosa come l’alba del Giorno del Giudizio e limpida come la luna che si specchia nell’acquitrino languido di un allevamento di bufale dormienti. La guardò negli occhi e telepaticamente sussurrò: “Non temere, non permetterò a nessuno di separarci. Né ai miei genitori, né a Paride Schiattone, né a don Tavoletta”. Una volta sedutosi al SUO fianco, al penultimo banco, si girò in avanti e vide Simmaco che, dopo essersi sistemato al suo posto si alzò di nuovo il colletto della camicia per mostrare alla professoressa, in segno di sfida, le due enormi SC ricamate. Poi si voltò verso il suo unico raggio di luce e le lanciò un timido, timidissimo sorriso. Infine, fece scivolare il braccio sotto il banco, e al riparo da occhi indiscreti, le prese la mano, stringendola forte in una flebile carezza. Il settimo cielo tra le sue dita. Ora, Si. Se Paride Schiattone gli avesse chiesto “vuoi vedere come ti taglio la testa?” Gianni il piccione avrebbe risposto “Si, fai pure...

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